FONDAZIONE
CLOE


   
   

SVILUPPO COORDINAMENTO DISTRETTO ENERGIA
Tra le varie prove alle quali viene sottoposta l’umanità nella ricerca di un nuovo equilibrio su come vivere insieme, in un contesto di eccellenza come questo, e con presenze così qualificate sono emerse tendenze sociali, economiche e culturali di grande importanza.
La Fondazione CLOE che io qui rappresento ha deciso di occuparsi del futuro, dell’agricoltura, dell’ambiente, della sicurezza del territorio dove gli uomini vivono e producono.
Tutto ciò senza dimenticare che la globalizzazione avanza e mostra sempre di più l’indispensabile validità dell’interdipendenza delle attività e dei mercati tra i Paesi.
Le sfide sono molte e spesso non spontanee: cominciamo con la sicurezza degli approvvigionamenti ed il livello dei prezzi rispetto ai costi per quanto riguarda le materie prime necessarie per vivere e far sopravvivere l’ambiente.
Altra difficoltà è la lettura dei dati fra carbone, petroli greggio, argillite petrolifera, bitume naturale, petrolio e gas naturale dal lato fossile e nucleare, geotermia e fonti ad energia rinnovabile nel lato meno inquinante.
La crescita della domanda di energia elettrica sposterà il proprio baricentro sempre di più nel continente asiatico, che cresce a dismisura ed inquina a dispetto di qualsiasi strategia di contenimento, (Kyoto).
Altra storia riguarda i paesi OCSE, più sensibili e purtroppo non ancora coordinati in una politica comune di rete infrastrutturale per la circolazione e l’utilizzo delle fonti ad energia rinnovabile.
Eolico, solare e bioenergie non possono che svilupparsi: le aziende collegate al territorio non possono che essere protagoniste di un nuovo sistema di alimentazione della macchina produttiva del Paese Italia.
Cosa può fare CLOE per dare un contributo concreto a questa strategia?
Dare una risposta, calandosi nel territorio e proponendo l’analisi dei distretti energetici che utilizzino e sviluppino le bioenergie, le fonti di energia rinnovabile e i sistemi di interconnessione micro ed interregionali.
Cultura del risparmio da parte dei cittadini, ricerca come bridge fra territorio ed università e diversificazione delle fonti di approvvigionamento delle materie prime per la produzione di energia, possono senz’altro dare un contributo.
Ma la sopravvivenza della cultura dell’uomo dipende dalle condizioni in cui esso vuole vivere e le condizioni debbono fare i conti con la necessità di coordinare a livello globale le risorse agricole e quelle energetiche.
Nel 2030 i carburanti e combustibili di origine biologica non fossile (biomasse) potrebbero coprire il 20% della domanda globale di energia, arrivando al 30%-40% nel 2060. In particolare, biocarburanti liquidi come il biodiesel o l’etanolo potrebbero soddisfare nel 2030 circa l’8% della domanda globale di combustibili liquidi, quattro volte superiore rispetto ai consumi attuali, pari a 36 milioni di tonnellate di petrolio equivalente contro gli 8 attuali.
Attingere a queste fonti naturali e rinnovabili di energia offre una serie di evidenti vantaggi, ma solleva anche problematiche serie. È necessaria una chiara comprensione dell’intero ciclo dell’industria delle bioenergie e degli effetti collaterali che può generare in ogni suo stadio, per sfruttare appieno i vantaggi disponibili, evitando o mitigando eventuali aspetti negativi. I principali vantaggi e le più importanti criticità da affrontare possono essere riassunti come segue:

Bioenergie – Vantaggi e criticità principali
Vantaggi
Criticità
Sostenibilità: una fonte di energia pulita e rinnovabile Garantire la sostenibilità: a livello ambientale, sociale ed economico
Disponibilità: lo sviluppo delle bioenergie può accrescere l’accesso all’energia nelle zone rurali Salvaguardare la sicurezza alimentare: garantire che la maggiore domanda di biocombustibili non abbia impatti negativi sulle popolazioni affamate
Flessibilità: le bioenergie possono fornire elettricità, calore e combustibili da trazione Proteggere la biodiversità: evitare un’eccessiva dipendenza da singoli raccolti
Sicurezza energetica: le bioenergie possono contribuire a diversificare il mix energetico; esiste un’ampia varietà di feedstock (materie prime) per le bioenergie e tutti i Paesi possono contare su qualche fonte interna Gestire la concorrenza per terreni e acqua: mantenere un equilibrio tra fabbisogni contrastanti di risorse
Mitigazione dei cambiamenti climatici: le bioenergie possono ridurre in modo significativo le emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili

Controllare l’inquinamento dell’atmosfera, dell’acqua e del suolo: gestire l’intero ciclo delle bioenergie, dalla coltivazione dei feedstock all’utilizzo dei carburanti, per ridurre al minimo l’inquinamento

Diversificazione delle fonti di sostentamento rurali: grazie alle opportunità nel settore energetico e a quelle create da una più ampia disponibilità di servizi energetici Rimuovere le barriere agli scambi di biomassa e bioenergie: armonizzare gli standard e capire in che modo i dazi possono distorcere il mercato, al fine di massimizzare il flusso di tecnologie, feedstock e biocarburanti.
Riduzione del degrado del territorio: mediante coltivazioni perenni di feedstock per le bioenergie  

La distruzione di terreni selvatici su vasta scala può avere un ulteriore influsso sul ciclo idrologico e un impatto sul clima, riducendo le precipitazioni regionali e incrementando le temperature locali.
L’impatto sulla qualità del suolo varia in gran parte in base al tipo di feedstock, all’intensità della coltivazione e alla durata dei periodi di rotazione dei raccolti.
L’impiego massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi causa notoriamente acidificazione dei terreni e delle acque di superficie. L’agricoltura intensiva causa anche erosione del suolo, un problema soprattutto nelle zone caratterizzate da lunghi periodi di siccità seguiti da abbondanti piogge e con pendii scoscesi e terreni instabili. L’erosione provoca un impoverimento delle sostanze organiche del terreno e il conseguente deflusso delle sostanze nutrienti può portare a una crescita vegetale eccessiva nelle acque di superficie circostanti (eutrofizzazione), con ripercussioni per le altre piante e per la fauna.
Via via che lo sviluppo delle bioenergie comincia a decollare, molti degli effetti collaterali negativi vengono portati all’attenzione dell’opinione pubblica. Questa accresciuta sensibilità deve indurre tutti i soggetti coinvolti nella produzione o nel consumo di bioenergie a capire più a fondo in che modo questa nuova fonte di energia può favorire o minacciare la sostenibilità e, di conseguenza, a fare scelte incentrate sulla sostenibilità.
A questo proposito si può distinguere tra considerazioni di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
La crescita delle bioenergie si ripercuote sulla sicurezza alimentare tramite due canali principali:

1. effetti sui prezzi nei mercati internazionali

2. fattori locali relativi ai metodi di produzione delle bioenergie in contesti specifici.

Per rispondere alle esigenze espresse, in varie sedi, dalla Comunità internazionale (v. Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992; Protocollo di Kyoto e documenti ONU e FAO), in ordine ai modi alternativi di produzione di energia, necessari a soddisfare sia il crescente bisogno di combustibile proveniente da fonti rinnovabili che la riduzione delle emissioni di CO2, la Comunità europea si è impegnata a favore dello sviluppo sostenibile nel settore dell’energia con:

  • il Libro Verde della Commissione europea “Energia per il futuro: le fonti energetiche rinnovabili” del 1996;
  • il Libro Bianco “Energia per il futuro: le fonti energetiche rinnovabili”del 1997;
  • l’azione nota come Processo di Cardiff del 1998;
  • le Risoluzioni del Consiglio europeo di Helsinki del 1999 e di Goteborg del 2001;
  • il Libro verde sulla sicurezza dell’approvvigionamento energetico del 2000;
  • il Piano d’azione per la biomassa del 2005;
  • la Strategia dell’UE per i biocarburanti del 2006;
  • il Libro Verde “Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura” del 2006;
  • la Comunicazione della Commissione “Una politica energetica per l’Europa del 2007;
  • le Conclusioni del Consiglio europeo del 9 marzo 2007;
  • la Risoluzione del Parlamento europeo del 25 ottobre 2007 sull’aumento dei prezzi dei mangimi e dei prodotti
    alimentari;
  • la Direttiva 2001/77 sulla promozione di energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato
    interno dell’elettricità;
  • la Direttiva 2003/54 recante norme comuni per il mercato interno dell’energia;
  • il Regolamento 1782/2003 che stabilisce norme comuni relative al regime di sostegno diretto nell’ambito della Politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori che includono le biomasse fra le fonti energetiche rinnovabili anche in attuazione del Protocollo di Kyoto.

Squilibri e speculazioni generano una forte volatilità nei prezzi. Si pensi al solo all’andamento del prezzo del petrolio - raddoppiatosi nel corso del 2007 – andamento che rischia di compromettere le prospettive di crescita dell’economia del mondo già messe sotto pressione dalle recenti speculazioni in campo finanziario.
La crescita della domanda proverrà per i due terzi dalle economie in transizione e dai paesi in via di sviluppo, ed il baricentro dei mercati tenderà a spostarsi sempre più verso oriente e cioè verso quei paesi che hanno davanti a se consistenti e durature prospettive di crescita economica.
A fronte di queste prospettive, non possiamo dimenticare che ancor oggi circa 2,4 miliardi di persone non dispongono di energia in misura sufficiente per assicurare loro le minime esigenze vitali (la cottura dei cibi o la protezione dal freddo). E 1,6 miliardi di persone non sanno letteralmente cosa sia l’elettricità.
Nel lungo termine la ricerca è chiamata a fornire soluzioni adeguate. Nell’immediato è cruciale un uso più razionale delle risorse del pianeta.
L’efficienza energetica è la fonte migliore di cui disponiamo: è fonte pulita, non costosa (anzi produce risparmi per i consumatori), ed è disponibile in abbondanza.
In questa direzione l’Europa nel marzo scorso ha preso un importante impegno definendo per il 2020 importanti obiettivi nel campo delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e delle riduzioni di CO2.
Definiti gli obiettivi, per altro ambiziosi, bisogna individuare la strategia ed i piani di azione e gli strumenti, tenendo conto che i singoli paesi membri dell’Unione Europea sono ancora caratterizzati da significative disomogeneità: nelle strutture di mercato, nel livello prevalente nei costi di produzione e nelle infrastrutture.
E’ noto, peraltro, che a seguito di tali suddetti vincoli internazionali la Commissione Europea ha stabilito che il 20% dell’energia prodotta dovrà derivare, entro il 2020, da fonti energetiche alternative, tra le quali si annoverano quelle derivanti dal comparto agricolo.
Nella prospettiva comunitaria relativa alla produzione di energia da fonti rinnovabili si individuano, come modelli privilegiati, l’impiego alternativo di vegetali, lo sfruttamento degli scarti della lavorazione agricola e l’utilizzo dei rifiuti agricoli come nuove fonti energetiche significative.
E’ emerso, nel frattempo, a livello planetario, e dunque anche europeo, il problema della concorrenza tra le produzioni destinate all’alimentazione e quelle dirette all’energia (Food versus Fuel), originato dall’aumento del costo delle materie prime; tale aumento si è ripercosso principalmente, come è noto, sul settore agroalimentare tanto da far affermare che oggi il prezzo del petrolio sta cominciando a condizionare il prezzo degli alimenti (Lester Brown, Worldwatch Institute, 2007).
Da più versanti si avverte, conseguentemente, la necessità di rivolgere l’attenzione all’utilizzo dei prodotti di scarto dell’industria agricola, in luogo della riconversione delle coltivazioni di cereali mirate all’ottenimento di energia rinnovabile, al fine di evitare la sottrazione delle produzioni agricole destinate all’alimentazione umana ed animale per favorire la produzione di carburanti di origine vegetale.
In tale contesto assume rilievo la figura del distretto agroenergetico, introdotta dalla legge finanziaria 2007 che “incentiva l’impiego a fini energetici di prodotti e materiali residui provenienti dall’agricoltura, dalla zootecnia, dalle attività forestali e di trasformazione alimentare, nell’ambito di progetti rivolti a favorire la formazione di distretti locali agro-energetici”. Il distretto agroenergetico può costituire un’unità di riferimento territoriale atta a sviluppare processi di integrazione delle attività produttive delle imprese agricole e non, in direzione verticale ed orizzontale (es. organizzazione di produttori agricoli, filiera energetica), in grado di concentrare conoscenze utili ad applicazioni di processo e di prodotto, oltre a consentire la riduzione dei costi di transazione causati da inefficienze organizzative e di mercato indotte da asimmetrie informative che insorgono per la complessità di funzionamento della filiera e dei mercati energetici.
Il presente dibattito ha di fatto creato un potenziale conflitto tra cibo e carburante. La materia prima richiesta per riempire il serbatoio di un veicolo sportivo con l’etanolo (240 Kg. di mais per 100 litri di etanolo) potrebbe sfamare una persona per un anno; l’esempio quindi dimostra come il cibo ed il carburante possono competere in questo senso.
L’aumento dei prezzi dei raccolti principali può causare la perdita significativa del welfare delle classi povere la maggior parte delle quali è però l’acquirente finale di tali prodotti alimentari base. Ma molti altri produttori non abbienti, che sono poi i venditori di tali raccolti, potranno beneficiare dei prezzi più elevati.
Le tecnologie future sui biocarburanti potrebbero basarsi su coltivazioni specifiche e sugli scarti agricoli piuttosto che sulle coltivazioni di base.
Al momento però le tecnologie di seconda generazione per convertire la cellulosa derivante da prodotti di scarto in zucchero distillato per produrre etanolo o per gassificare bio-masse, non sono commercialmente ancora realizzabili e non lo saranno per molti anni.
E’ evidente che il Picco di Hubart, cioè il superamento del 50% delle risorse fossili per l’energia, ha giovato di un prolungamento della propria esistenza per effetto delle ultime scoperte di gas, alle quali, fortunatamente l’Italia partecipa da protagonista.
Ma qui parliamo di quantità , non di qualità e la qualità della vita è figlia della cultura.
E questa cultura nasce dall’applicazione operaia delle persone nel risparmio e nell’attivazione di micro-realtà produttive di energia elettrica da Fonti Rinnovabili e dall’impegno di tutte le più grandi organizzazioni mondiali per monitorare le distorsioni che tale ricerca di energia richiede.
Nel rispetto delle specifiche tecniche necessarie al mondo per sopravvivere.

   
  Dicembre 2007